Paolo Barozzi
Uno degli ultimi eroi romantici
dell’arte contemporanea
Paolo Barozzi,
dopo quasi cinque decenni di attività ed esperienza nel mondo dell’arte
contemporanea, svolge ancora attivamente la sua missione in questo ambito
con grande dedizione e passione, organizzando esposizioni ed eventi nei
suoi studi a Venezia e a Milano. Abbiamo infatti avuto modo di incontrarlo
nuovamente proprio nel suo studio veneziano in occasione dell’apertura
dell’esposizione dei disegni di Lisa Ponti, la nota figlia dell’architetto
Gio Ponti. Una mostra interessante, che offriva una panoramica sugli
ultimi lavori di questa particolare artista, di cui ricordiamo, tra le
altre, anche una mostra alla GNAM di Roma nel 2005. Durante
l’inaugurazione era possibile non solo dialogare amichevolmente con la
stessa Lisa Ponti, importante testimone oculare dell’evoluzione del mondo
dell’arte contemporanea dalla fine degli anni ’30 del novecento fino ai
giorni nostri, ma anche scambiare opinioni con altri ospiti di rilievo
come Italo Zannier, critico e storico della fotografia, Luciano Chinese,
artista e gallerista, o come il pittore Bobo Ivancich De La Torriente, la
cui famiglia era molto legata ad Ernest Hemingway
ed Ezra Pound. Il tutto sotto la
regia di Paolo Barozzi, che ha saputo offrirci un saggio dell’atmosfera
carica di cultura che ancora si poteva respirare, tra la fine degli anni
’50 e gli anni ‘60, negli eventi artistici o nei salotti letterari, come
quello di Peggy Guggenheim, dove forse si poteva ancora trovare il senso
del gusto per l’arte fine a se stessa, non ancora eccessivamente
contaminato da quello che poi è diventato il mercato, che, soprattutto ai
giorni nostri, sembra essere interessato solo al valore in denaro e alla
“cultura” dell’investimento.
Paolo Barozzi,
discendente di una antica famiglia veneziana di antiquari, conclusi i suoi
studi sulla storia dell’arte, teatro e letteratura a Londra, fin da
giovane è stato attratto e affascinato dall’arte moderna e contemporanea.
Probabilmente ad influenzare definitivamente il successivo percorso del
giovane Barozzi è stato il fatale incontro nel 1959 con Peggy Guggenheim,
che a quel tempo risiedeva ormai stabilmente nella città lagunare. Nacque
quindi non solo un duraturo rapporto di amicizia, ma anche di
collaborazione, che portò Paolo Barozzi a diventare assistente personale
di Peggy, in particolare dal 1961 al 1967, lavorando con lei a Palazzo
Venier dei Leoni. Ma già prima, nel 1960, proprio su consiglio della
collezionista americana, aveva organizzato a Venezia la sua prima mostra,
un’esposizione d’arte primitiva africana, che riscosse un notevole
successo. In quest’occasione conobbe Stanley Marcus, proprietario dei
grandi magazzini di Dallas, che gli chiese di seguire una mostra di
artisti italiani organizzata dalla Galleria Malborough di Roma nella
capitale texana. Questo primo trasferimento negli Stati Uniti, che fu poi
il primo di una lunga serie di viaggi tra Oriente, Europa e Nord America,
lo fece soggiornare prima a Dallas e successivamente a New York, dove
tramite Leo Castelli entrò in contatto con artisti come Jim Dine, Allan
Kaprow, Claes Oldenburg e soprattutto con Andy Warhol, con cui avrebbe
avuto modo di vedersi più volte negli anni successivi tra New York e
Venezia, visto anche l’interesse che Barozzi avrebbe via via sviluppato
per la fotografia ed il cinema “underground”, organizzando in seguito
interessanti esposizioni ed eventi.
Tornato a Venezia nel 1961, iniziò la
collaborazione più attiva con Peggy Guggenheim, entrando quindi a far
parte del suo salotto letterario e mondano, dove ebbe l’opportunità di
conoscere e frequentare non solo molti tra i più grandi artisti
dell’epoca, ma anche famosi scrittori come Tennessee Williams, Truman
Capote, Gore Vidal, Tom Wolfe.
Già dal 1966 avviò
poi la sua attività di gallerista, aprendo spazi espositivi prima a
Venezia e successivamente anche a Milano. Notevole è la lista di mostre di
rilievo che ha organizzato nelle sue gallerie; operando scelte sicuramente
molto illuminate, ha sempre presentato artisti che ora sono universalmente
noti e riconosciuti. Albers, Jasper Johns, Dennis Hoppenheim, Lichtenstein,
Mario Merz, Gastone Novelli, Claudio Parmeggiani, Man Ray, Rotella, Jesus
Soto, Victor Vasarely, Vedova, Andy Warhol, Gustav Klimt, Joseph Kossut
sono solo alcuni esempi dei nomi degli artisti che ripetutamente sono
passati nelle sue gallerie e sono dimostrazione della sua intensa attività
di promotore dotato di notevole capacità intuitiva.
Gillo Dorfles nel 1999 ha scritto: “…vuole il caso che buona parte degli
artisti di cui Barozzi si è occupato, siano stati tra i miei preferiti, o
addirittura da me presentati (potrei fare – scegliendone solo alcuni - i
nomi di Dorazio, Nigro, Agnetti, Rauschemberg, Cy Twombly, Pistoletto…).
Credo, tuttavia, che il fatto di veder coincidere certe preferenze e certe
scelte non sia mai dovuto solo al caso. Effettivamente il percorso
tracciato da Barozzi, mi sembra – anche se considerato dall’alto d’una
trentina d’anni – come molto felice e molto omogeneo. Sono pochissimi gli
artisti i cui nomi appaiono oggi sfumati o cancellati, quasi tutti reggono
ancora nonostante le trasformazioni immense che le arti visive hanno
subìto negli ultimissimi anni. (….)”.
Inoltre, parallelamente alla sua attività di collaboratore della
Guggenheim e a quella di gallerista, la sua esigenza di indagare tra gli
aspetti più interessanti delle varie tendenze artistiche e letterarie che
gli si presentavano, unita alla volontà di creare e divulgare
informazione, ha da sempre spinto Barozzi a scrivere. Ricordava
Pierre Restany :”(…) Paolo non si è limitato ad organizzare grandi mostre
personali e collettive dei più importanti artisti internazionali.
Scrittore, giornalista, ha partecipato in modo attivo alla dinamica
culturale del suo tempo, sempre nella giusta misura del bon ton. (…)”
Molti suoi articoli sull’ambiente dell’arte contemporanea e sui suoi
personaggi sono stati pubblicati su varie testate come “Il Mondo”,
“Domus”, “Vogue”, Harper’s Bazaar”, “Business Art” ed altre; è stato
corrispondente anche per “Time” e “Life”. Ha poi pubblicato alcuni
interessanti libri, a partire ad esempio da “Il sogno americano” (Ed.
Marsilio, 1970), e “Andy Warhol - Voglio essere una macchina” (Ed.
Scheiwiller, 1979), per arrivare all’emblematico “Con Peggy Guggenheim tra
storia e memoria” (Ed. Christian Marinotti, 2001, s.e. 2004) ed a “Peggy
Guggenheim la collection” (Ed. Assouline, Parigi - New York, 2005).
Una vita completamente dedicata alla passione per l’arte e la cultura,
un’avventura che prosegue tutt’ora e che ci fa apparire Paolo Barozzi
forse come uno degli ultimi eroi romantici dell’arte contemporanea e
sicuramente come un importante testimone dei più interessanti movimenti
artistici degli ultimi decenni.
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