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Paolo Barozzi

 

 

Paolo Barozzi, già amico e assistente personale di Peggy Guggenheim negli anni ' 60, è diventato successivamente un noto gallerista tra Venezia e Milano; oltre ad aver esposto i più grandi nomi del panorama nazionale (da Rotella a Vedova, da Parmeggiani a Dorazio...), è stato uno dei primi a proporre ed esporre in Italia, visto anche il suo contatto con Leo Castelli, artisti come Jasper Johns, Dennis Hoppenheim, Lichtenstein, Rauschenberg, Andy Warhol, Allan Kaprow, Joseph Kossuth solo per ricordarne alcuni. Paolo Barozzi, cittadino dell'arte contemporanea, porta avanti tutt'ora la sua attività in questo campo con grande dedizione, come consulente d'arte e organizzando esposizioni ed eventi nei suoi studi a Venezia e a Milano.

Di seguito sono riportate le immagini dell'articolo pubblicato a novembre-dicembre 2007 dalla rivista Arte Contemporanea su Paolo Barozzi, per maggiore comodità di lettura il testo viene integralmente riportato alla fine di questa pagina.

 

 

 

 

 

Paolo Barozzi

Uno degli ultimi eroi romantici dell’arte contemporanea

 

Paolo Barozzi, dopo quasi cinque decenni di attività ed esperienza nel mondo dell’arte contemporanea, svolge ancora attivamente la sua missione in questo ambito con grande dedizione e passione, organizzando esposizioni ed eventi nei suoi studi a Venezia e a Milano. Abbiamo infatti avuto modo di incontrarlo nuovamente proprio nel suo studio veneziano in occasione dell’apertura dell’esposizione dei disegni di Lisa Ponti, la nota figlia dell’architetto Gio Ponti. Una mostra interessante, che offriva una panoramica sugli ultimi lavori di questa particolare artista, di cui ricordiamo, tra le altre, anche una mostra alla GNAM di Roma nel 2005. Durante l’inaugurazione era possibile non solo dialogare amichevolmente con la stessa Lisa Ponti, importante testimone oculare dell’evoluzione del mondo dell’arte contemporanea dalla fine degli anni ’30 del novecento fino ai giorni nostri, ma anche scambiare opinioni con altri ospiti di rilievo come Italo Zannier, critico e storico della fotografia, Luciano Chinese, artista e gallerista, o come il pittore Bobo Ivancich De La Torriente, la cui famiglia era molto legata ad Ernest Hemingway ed Ezra Pound. Il tutto sotto la regia di Paolo Barozzi, che ha saputo offrirci un saggio dell’atmosfera carica di cultura che ancora si poteva respirare, tra la fine degli anni ’50 e gli anni ‘60, negli eventi artistici o nei salotti letterari, come quello di Peggy Guggenheim, dove forse si poteva ancora trovare il senso del gusto per l’arte fine a se stessa, non ancora eccessivamente contaminato da quello che poi è diventato il mercato, che, soprattutto ai giorni nostri, sembra essere interessato solo al valore in denaro e alla “cultura” dell’investimento.
Paolo Barozzi, discendente di una antica famiglia veneziana di antiquari, conclusi i suoi studi sulla storia dell’arte, teatro e letteratura a Londra, fin da giovane è stato attratto e affascinato dall’arte moderna e contemporanea. Probabilmente ad influenzare definitivamente il successivo percorso del giovane Barozzi è stato il fatale incontro nel 1959 con Peggy Guggenheim, che a quel tempo risiedeva ormai stabilmente nella città lagunare. Nacque quindi non solo un duraturo rapporto di amicizia, ma anche di collaborazione, che portò Paolo Barozzi a diventare assistente personale di Peggy, in particolare dal 1961 al 1967, lavorando con lei a Palazzo Venier dei Leoni. Ma già prima, nel 1960, proprio su consiglio della collezionista americana, aveva organizzato a Venezia la sua prima mostra, un’esposizione d’arte primitiva africana, che riscosse un notevole successo. In quest’occasione conobbe Stanley Marcus, proprietario dei grandi magazzini di Dallas, che gli chiese di seguire una mostra di artisti italiani organizzata dalla Galleria Malborough di Roma nella capitale texana. Questo primo trasferimento negli Stati Uniti, che fu poi il primo di una lunga serie di viaggi tra Oriente, Europa e Nord America, lo fece soggiornare prima a Dallas e successivamente a New York, dove tramite Leo Castelli entrò in contatto con artisti come Jim Dine, Allan Kaprow, Claes Oldenburg e soprattutto con Andy Warhol, con cui avrebbe avuto modo di vedersi più volte negli anni successivi tra New York e Venezia, visto anche l’interesse che Barozzi avrebbe via via sviluppato per la fotografia ed il cinema “underground”, organizzando in seguito interessanti esposizioni ed eventi.
Tornato a Venezia nel 1961, iniziò la collaborazione più attiva con Peggy Guggenheim, entrando quindi a far parte del suo salotto letterario e mondano, dove ebbe l’opportunità di conoscere e frequentare non solo molti tra i più grandi artisti dell’epoca, ma anche famosi scrittori come Tennessee Williams, Truman Capote, Gore Vidal, Tom Wolfe.
Già dal 1966 avviò poi la sua attività di gallerista, aprendo spazi espositivi prima a Venezia e successivamente anche a Milano. Notevole è la lista di mostre di rilievo che ha organizzato nelle sue gallerie; operando scelte sicuramente molto illuminate, ha sempre presentato artisti che ora sono universalmente noti e riconosciuti. Albers, Jasper Johns, Dennis Hoppenheim, Lichtenstein, Mario Merz, Gastone Novelli, Claudio Parmeggiani, Man Ray, Rotella, Jesus Soto, Victor Vasarely, Vedova, Andy Warhol, Gustav Klimt, Joseph Kossut sono solo alcuni esempi dei nomi degli artisti che ripetutamente sono passati nelle sue gallerie e sono dimostrazione della sua intensa attività di promotore dotato di notevole capacità intuitiva.  
Gillo Dorfles nel 1999 ha scritto: “…vuole il caso che buona parte degli artisti di cui  Barozzi si è occupato, siano stati tra i miei preferiti, o addirittura da me presentati (potrei fare – scegliendone solo alcuni - i nomi di Dorazio, Nigro, Agnetti, Rauschemberg, Cy Twombly, Pistoletto…). Credo, tuttavia, che il fatto di veder coincidere certe preferenze e certe scelte non sia mai dovuto solo al caso. Effettivamente il percorso tracciato da Barozzi, mi sembra – anche se considerato dall’alto d’una trentina d’anni – come molto felice e molto omogeneo. Sono pochissimi gli artisti i cui nomi appaiono oggi sfumati o cancellati, quasi tutti reggono ancora nonostante le trasformazioni immense che le arti visive hanno subìto negli ultimissimi anni. (….)”.
Inoltre, parallelamente alla sua attività di collaboratore della Guggenheim e a quella di gallerista,  la sua esigenza di indagare tra gli aspetti più interessanti delle varie tendenze artistiche e letterarie che gli si presentavano, unita alla volontà di creare e divulgare informazione, ha da sempre spinto Barozzi a scrivere. Ricordava Pierre Restany :”(…) Paolo non si è limitato ad organizzare grandi mostre personali e collettive dei più importanti artisti internazionali. Scrittore, giornalista, ha partecipato in modo attivo alla dinamica culturale del suo tempo, sempre nella giusta misura del bon ton. (…)”  Molti suoi articoli sull’ambiente dell’arte contemporanea e sui suoi personaggi sono stati pubblicati su varie testate come “Il Mondo”, “Domus”, “Vogue”, Harper’s Bazaar”, “Business Art” ed altre; è stato corrispondente anche per “Time” e “Life”. Ha poi pubblicato alcuni interessanti libri, a partire ad esempio da “Il sogno americano” (Ed. Marsilio, 1970), e “Andy Warhol - Voglio essere una macchina” (Ed. Scheiwiller, 1979), per arrivare all’emblematico “Con Peggy Guggenheim tra storia e memoria” (Ed. Christian Marinotti, 2001, s.e. 2004) ed a “Peggy Guggenheim la collection” (Ed. Assouline, Parigi - New York, 2005).
Una vita completamente dedicata alla passione per l’arte e la cultura, un’avventura che prosegue tutt’ora e che ci fa apparire Paolo Barozzi forse come uno degli ultimi eroi romantici dell’arte contemporanea e sicuramente come un importante testimone dei più interessanti movimenti artistici degli ultimi decenni.